venerdì, dicembre 17, 2010

Le manifestazioni studentesche spiegate a mio figlio


La settimana scorsa ho fatto un sogno.

In generale non sopporto le persone che ti aggrediscono raccontando i propri sogni della notte, quasi dando per scontato che l'ascoltatore possa trovare emozionanti le stesse immagini che tanto hanno colpito il narrante. Senza contare che i sogni sono spesso ricorrenti e che la stessa persona finirà per raccontare più di una volta lo stesso sogno, con lo stesso rinnovato spavento.

Ma, dato che non mi capita spesso di ricordare i miei sogni né tantomeno di raccontarli, vado -senza alcun pudore- a narrare i miei pensieri notturni.

Mi trovo in un parco, su di una collinetta. Da sotto proviene un gran vociare da una fiumana di ragazzi che manifestano. Presumo che stiano manifestando il loro dissenso ad una qualche riforma scolastica.
La maggior parte sono giovanissimi, dell'ultimo anno delle medie o dei primi anni delle superiori. Sono caciaroni ma, nell'insieme, composti ed ordinati. Camminano piano chiacchierando a piccoli crocchi. Uno si stacca da un crocchio e tira una schicchera dietro l'orecchio del ragazzo con nike e keffia che lo precede. Si rincorrono per qualche secondo e li perdo di vista.

Alcuni poliziotti camminano lungo il corteo, nella stessa direzione, come un rilassato nastro di sicurezza.

Ad un certo momento noto un ragazzo più grande, tra i venti ed i trenta, grosso e tatuato. Come rispondendo ad un richiamo che solo lui capisce comincia a menare tutti quelli che gli passano accanto. A chi una sberla, a chi un calcio, a chi una gomitata in faccia.

Mi giro verso i poliziotti per richiamare la loro attenzione. Spariti.
Compaiono qua e la altri ragazzi nerovestiti come chiazze d'inchiostro scuro in un torrente colorato. Qualcuno ha il casco.
Corro giù per la collinetta con le braccia alzate gridando di scappare, di evaporare, perché l'ambiente è diventato pericoloso. Ma passo in mezzo ai ragazzi come Mosè attraversò la acque: la fiumana si sposta al mio passaggio ma procede incessante nella stessa direzione.

Risalgo affannato sulla collina. I poliziotti sono ora in assetto antisommossa, davanti alla testa del corteo formano un muraglione contro cui il fiume finirà per frangersi.

I nerovestiti si coprono la faccia  con le sciarpe e, coperti dalla massa degli studenti, raccolgono pietre per dare battaglia.
Penso che nella massa potrebbe esserci mio figlio. E mi sveglio.

E' una settimana che provo a raccontare questa storia all'interessato, ma c'è sempre qualcosa o qualcun altro che distoglie l'attenzione. L'ho scritta, che così non la dimentico.

Questa sera ho raccontato la storia a tavola, ed ho aggiunto qualche spiegazione «Non c'è nulla di male a manifestare il proprio dissenso, con i tamburi, con le canzoni, con gli striscioni ed i megafoni.» spiego al ragazzo che mi guarda a bocca aperta.  «Manifestare» aggiungo «è un diritto civile».
«Ma se mai ti capitasse di sfilare ed accorgerti che tra voi "compaiono" ragazzi dall'aria pericolosa, che si coprono il volto, raccolgono sampietrini e portano spranghe o caschi. Ecco, quello è il momento di evaporare. Di disperdersi, di fuggire.
Perché quello è l'inizio di una disfatta in cui le prendete sia dai poliziotti che dai violenti. E» aggiungo  «il giorno successivo vi distruggeranno ai telegiornali dicendo che siete solo un branco di violenti che, automaticamente, si sono messi dalla parte del torto.»

Mio figlio, il Troll, ancora non riesce a raccogliere la mandibola e mi guarda come se fossi disceso da venere su di una astronave fucsia a strisce gialle.
La moglie, serissima, completa il ragionamento «non c'è cura per quelli, che isolarli, lasciandoli soli di fronte alla polizia.». Già, sperando che questa abbia l'accortezza di lasciare delle vie di fuga.

P.S. Vi segnalo, da non perdere: la lettera di Roberto Saviano agli studenti, pubblicata da Repubblica il 16/12/2010. E le risposte di Saviano ad alcune delle lettere che gli studenti gli hanno inviato in seguito.
~

1 commento:

Ibadeth ha detto...

Come sogno mi sembra piuttosto realistico, purtroppo.

Mi sento fortunato